Proteine alternative: un potenziale mercato da 10 miliardi per l’Italia
Una nuova analisi di Systemiq indica come identità, qualità e innovazione possano diventare la leva per creare valore e occupazione e costruire un modello italiano delle proteine alternative.
2 Febbraio 2026

Una nuova analisi pubblicata dalla società di consulenza internazionale Systemiq, con il supporto del think tank noprofit The Good Food Institute Europe, evidenzia come un settore italiano delle proteine alternative potrebbe generare fino a 10 miliardi di euro di valore aggiunto (GVA) entro il 2040, creare oltre 31.000 posti di lavoro e posizionare il Paese come hub strategico della bioproduzione in Europa.
Il settore delle proteine alternative – che include prodotti a base vegetale, carne coltivata e ingredienti derivati dalla fermentazione – potrebbe diventare uno dei principali motori dell’innovazione industriale in Europa. L’Italia, che vanta il primato europeo di ricercatori in questo campo, una forte tradizione agroalimentare e consumatori sempre più attenti alla sostenibilità, al gusto e alla salute, è particolarmente ben posizionata per coglierne i benefici. Lo conferma anche il mercato retail degli alimenti a base vegetale, cresciuto del 7,6% nell’ultimo anno.
Il potenziale economico per l’Italia
La diversificazione proteica sta emergendo come una delle possibili soluzioni a sfide sempre più urgenti. Le proteine alternative possono rafforzare la sicurezza alimentare europea in un contesto globale sempre più incerto, soddisfare una domanda di carne destinata a crescere del 50% entro il 2050 e farlo riducendo fino al 90% l’uso del suolo e le emissioni rispetto ai sistemi convenzionali.
Secondo l’analisi di Systemiq, l’Italia sarebbe in una posizione unica e privilegiata per sviluppare un settore delle proteine alternative sostenibile e competitivo. Il Paese, infatti, dispone già di un forte settore agricolo, poli di ricerca d’eccellenza, un ruolo leader nella trasformazione alimentare e una solida base manifatturiera e tecnologica. In presenza di supporto politico e livello di investimenti moderati, entro il 2040:
- Il settore potrebbe generare 10 miliardi di euro di valore aggiunto (GVA) all’anno, di cui circa il 20% proveniente dalla filiera estesa (macchinari, logistica, tecnologie e processi produttivi, input).
- Il mercato italiano dei prodotti finali a base di proteine alternative potrebbe raggiungere circa 6 miliardi di euro, pari al doppio del mercato interno dell’olio d’oliva. Considerando l’intera catena del valore — dagli ingredienti ai bioreattori fino alle tecnologie di lavorazione — l’opportunità complessiva potrebbe superare gli 8 miliardi di euro.
- Le esportazioni potrebbero raggiungere 3 miliardi di euro, un valore paragonabile all’export italiano di pasta nel 2022.
- Il comparto potrebbe sostenere 31.000 posti di lavoro, distribuiti tra ricerca e sviluppo, produzione, logistica, marketing e attività agricole legate ai seminativi destinati alle materie prime.
Rupert Simons, partner di Systemiq, ha dichiarato: “L’Italia ha tutto ciò che serve per diventare un leader europeo nelle proteine alternative: materie prime di alta qualità, competenze produttive uniche e un forte legame tra territorio, gusto e innovazione. Sostenendo la ricerca su innovazione alimentare e biosoluzioni, il Paese può creare valore economico e nuovi posti di lavoro e consolidare un vero e proprio ’modello italiano’ delle proteine alternative.”
Il ruolo chiave dell’agricoltura italiana nella filiera delle proteine alternative
Nonostante l’Italia sia già seconda produttrice di ceci nell’UE e responsabile del 36% della produzione europea di soia nel 2024, il Paese rimane fortemente dipendente dall’estero per le proteine vegetali: nel 2023 circa il 70% della soia era importata.
A livello europeo, l’analisi mostra che la diversificazione proteica potrebbe aprire nuove opportunità per l’agricoltura: la domanda di piselli, fave, lenticchie e ceci potrebbe più che raddoppiare, mentre la fermentazione aumenterebbe l’utilizzo di colture zuccherine e amidacee come la barbabietola da zucchero, offrendo nuovi sbocchi in un contesto di calo della domanda di biocarburanti. La crescita del settore potrebbe inoltre ridurre le importazioni UE di soia per mangimi di 2,6 milioni di tonnellate e tagliare la domanda complessiva di mangimi di 23 milioni di tonnellate.
In questo scenario, un settore italiano delle proteine alternative potrebbe valorizzare pienamente i seminativi nazionali, incentivando la coltivazione di legumi e proteoleaginose per l’alimentazione umana, migliorando l’autonomia proteica e rafforzando la salute del suolo attraverso rotazioni più varie e un minore uso di fertilizzanti.
La diversificazione proteica come motore per la competitività europea
L’analisi si inserisce in un report europeo che esamina il potenziale economico delle proteine alternative nell’UE con un approfondimento su Italia, Francia e Spagna.
A livello UE, entro il 2040 il settore potrebbe generare 79 miliardi di euro lungo la catena del valore, creare 111 miliardi di valore aggiunto, 60 milioni di export e attivare oltre 400.000 posti di lavoro. Per cogliere appieno queste opportunità, lo studio sottolinea la necessità di investimenti mirati, chiarezza regolatoria e un sostegno politico stabile, elementi essenziali per trasformare le proteine alternative in un nuovo motore industriale europeo. sostegno di politiche basate su dati concreti, è reso possibile grazie alla generosità dei nostri donatori. Il tuo sostegno ci aiuta a rendere le proteine alternative più accessibili, gustose e ampiamente disponibili. Unisciti oggi stesso alla nostra comunità e contribuisci a costruire un sistema alimentare più sostenibile per il pianeta, le persone e gli animali.