L’estate bollente del sistema alimentare e il ruolo della diversificazione proteica
Il sistema alimentare europeo è oggi colpito da ondate di calore senza precedenti e, al tempo stesso, contribuisce ad alimentare proprio quel fenomeno. Diversificare le fonti proteiche rappresenta un’opportunità per interrompere questo circolo vizioso: da un lato riduce le emissioni, dall’altro rafforza la resilienza del sistema alimentare di fronte al calore estremo che già stiamo affrontando.
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29 luglio 2026

Siamo a metà dell’estate e l’Europa ha già vissuto due ondate di calore senza precedenti. La Spagna ha registrato il suo secondo giugno più caldo di sempre. Francia e Germania hanno superato più volte i rispettivi record nazionali assoluti di temperatura nello stesso mese, in giorni consecutivi. L’Italia non fa eccezione: nell’estate 2026 il Paese ha già affrontato tre distinte ondate di calore, con punte fino a 43-45°C e notti tropicali che si sono susseguite quasi senza tregua. Intanto, il Sud e le isole bruciano: tra Sardegna, Sicilia, Calabria e Puglia, migliaia di ettari sono andati a fuoco, con numerose perdite di animali e ingenti danni alle coltivazioni e all’ecosistema. E dopo l’ondata di calore di luglio appena terminata, una quarta sta per iniziare e ci accompagnerà fino all’inizio di agosto, secondo gli esperti.
L’Europa è il continente che si sta riscaldando più rapidamente al mondo, con temperature in aumento a un ritmo circa doppio rispetto alla media globale. Secondo l’Organizzazione Meteorologica Mondiale, entro il 2050 fino a metà della popolazione europea potrebbe affrontare gravi rischi legati al caldo estremo.
Anche il sistema alimentare europeo ne sta risentendo: il caldo sta già mettendo sotto pressione la produzione di cibo, devastando colture e animali allevati, riducendo le rese e minacciando la sicurezza alimentare. Il problema è particolarmente urgente perché ha una doppia direzione: il nostro sistema alimentare non è solo particolarmente esposto al cambiamento climatico, ma ne è anche una delle principali cause.
Come GFI Europe, lavoriamo per costruire un sistema alimentare in grado di resistere a questa pressione e di alleggerirla, diversificando la produzione proteica. Per garantire che il cibo resti accessibile a tutti — anche in un mondo che si riscalda — le proteine a base vegetale, ottenute dalla fermentazione e coltivate, giocheranno un ruolo fondamentale.
Come il caldo influisce sulla produzione alimentare
Stress da caldo, siccità e incendi stanno già devastando le colture in tutta Europa. Secondo le stime delle principali organizzazioni di categoria italiane, caldo e siccità hanno già causato oltre 1,5 miliardi di euro di danni ai raccolti, con perdite fino al 40% per la soia e cali della produzione di latte fino al 20%.
Se le persone e le colture faticano a resistere al caldo estremo, gli animali allevati non fanno eccezione. Gli animali tenuti al chiuso, che rappresentano gran parte della produzione europea di carne e latticini, sono i più duramente colpiti. Come riporta Coldiretti, quando le temperature superano i 24°C le mucche mangiano meno, bevono fino al doppio dell’acqua abituale — fino a 140 litri al giorno — e la produzione di latte scende di almeno il 15% a causa dello stress da calore. Segnali allarmanti arrivano anche dalla Lombardia, dove gli allevatori hanno dovuto attivare ventilatori, docce e sistemi di raffrescamento negli allevamenti di bovini, suini e polli per mitigare i cali di produzione. Intanto, le elevate temperature delle acque del Delta del Po hanno provocato la morte del 90% delle vongole e di 1.000 quintali di cozze.
Lo stress da calore negli animali può causare problemi respiratori e cardiaci, disidratazione, indebolimento del sistema immunitario, riduzione della fertilità e morte. Durante l’ondata di calore di fine giugno, il caldo estremo ha ucciso tra 2,5 e 3 milioni di polli da carne in Francia. Clement Blanchard, allevatore di polli nella regione francese dei Pays de la Loire, la seconda area avicola del Paese, ha raccontato a Reuters di aver perso circa 700 polli in pochi giorni, contro una media di uno o due al giorno in condizioni normali.
Il cambiamento climatico aumenta anche la probabilità di epidemie tra gli animali allevati. Oltre a indebolire il sistema immunitario a causa dello stress da calore, l’aumento delle temperature e i cambiamenti negli ecosistemi creano le condizioni ideali per la diffusione di malattie, portando a un maggiore uso di antibiotici nella produzione di carne e latticini.
Alcuni studi condotti in Germania e Cina hanno rilevato che le mucche da latte sottoposte a stress da calore producono fino al 53% di latte in meno, con un calo di circa il 22% del contenuto proteico. Lo stress da calore, inoltre, rallenta la crescita e riduce la qualità della carne nei bovini allevati per la produzione di manzo. Secondo le stime della Coller FAIRR Initiative, stress da calore, scarsità idrica e calo delle rese dei mangimi potrebbero costare alle 40 maggiori aziende mondiali della carne fino a 1.300 miliardi di dollari entro il 2030, se nulla dovesse cambiare.
In Europa, l’allevamento è anche fortemente esposto agli shock climatici che si verificano altrove nel mondo: l’UE importa infatti circa due terzi dei mangimi destinati agli animali allevati, principalmente dal Brasile, dall’Argentina e dagli Stati Uniti. Una siccità in Brasile o un’ondata di calore in Argentina può ripercuotersi direttamente sui prezzi e sulla disponibilità dei mangimi in Europa, incidendo sull’approvvigionamento proteico del continente.
Uno studio congiunto del Potsdam Institute e della Banca Centrale Europea ha rilevato che il solo caldo estremo dell’estate 2022 ha fatto aumentare l’inflazione alimentare in Europa tra 0,43 e 0,93 punti percentuali — un effetto che si stima crescerà del 30-50% con i livelli di caldo previsti per il 2035. Di fronte all’aumento dei prezzi alimentari e in assenza di una maggiore varietà di fonti proteiche, garantire un’alimentazione nutriente diventerà una sfida sempre più complessa.
Come la produzione alimentare alimenta il riscaldamento globale
Il nostro attuale sistema alimentare è al tempo stesso vittima e causa del riscaldamento globale: coltivare, allevare, lavorare, trasportare e conservare il cibo che mangiamo è uno dei principali motori dell’aumento delle temperature – pur essendo, naturalmente, vitale alla nostra sopravvivenza. Il sistema alimentare globale è responsabile di circa un terzo di tutte le emissioni di gas serra di origine umana e, per sua natura, richiede enormi quantità di terreno, il che aggrava il problema, distruggendo pozzi di assorbimento del carbonio e regolatori naturali della temperatura, sia in Europa che nel resto del mondo.
All’interno di questa cifra complessiva, la produzione di carne e latticini rappresenta una quota sproporzionata dell’impronta ambientale.
Le proteine animali rappresentano l’84% delle emissioni di gas serra generate dalla produzione alimentare dell’UE. La maggior parte di queste emissioni deriva dal metano prodotto dai ruminanti allevati, come mucche e pecore, oltre al protossido di azoto proveniente dai fertilizzanti usati per coltivare i loro mangimi, e a ulteriori emissioni legate al trasporto e alla lavorazione dei mangimi stessi.
In Europa, l’allevamento occupa il 71% dei terreni agricoli, ma fornisce solo il 35% delle calorie consumate nell’UE. Nonostante le linee guida alimentari raccomandino già di diversificare l’apporto proteico, i prodotti di origine animale rappresentano ancora il 65% dell’apporto proteico nell’UE e i consumi di carne negli anni si sono mantenuti tendenzialmente stabili.
Diversificazione proteica: una soluzione per mitigazione e adattamento
Un sistema alimentare che dipende fortemente da un’unica fonte proteica, particolarmente vulnerabile al caldo estremo e alle interruzioni delle catene di approvvigionamento, lascia poco margine per assorbire uno shock. Diversificare le fonti proteiche — verso una maggiore varietà di proteine di origine vegetale, ottenute dalla fermentazione e coltivate — non è la panacea di tutti i mali, ma può contribuire a rendere il sistema alimentare più resiliente, riducendo l’impatto del cambiamento climatico.
Qualcosa di simile lo stiamo già vedendo in altri comparti alimentari. I produttori di caffè e olio di palma stanno già applicando questa logica e ricorrendo alla fermentazione di precisione — una tecnica che utilizza microrganismi per produrre proteine e grassi — per ottenere gli stessi alimenti, attualmente sotto forte pressione climatica e ambientale, con catene di approvvigionamento più sostenibili e resilienti.
Le proteine alternative richiedono generalmente meno acqua e terreno agricolo e generano meno emissioni e inquinamento rispetto alle proteine animali. Secondo i modelli dell’Agenzia Europea dell’Ambiente, un passaggio coordinato verso un mix proteico più diversificato potrebbe ridurre le emissioni di gas serra dell’agricoltura UE di circa il 5% entro il 2035. Questa cifra riflette una transizione graduale a livello dell’intera economia; a livello di singolo prodotto, la differenza è molto più marcata: un’altra analisi suggerisce che le proteine alternative possono ridurre le emissioni fino al 98% rispetto alla produzione proteica convenzionale, contribuendo a limitare il riscaldamento globale e le sue conseguenze.
Diversificare le fonti proteiche significa anche ottimizzare l’uso del suolo: riducendo il fabbisogno di terra, potremmo dedicare più spazio ad un’agricoltura più sostenibile e rigenerativa, o ripristinare aree naturali cruciali per assorbire i gas serra e stabilizzare il clima. Un’eventuale svolta europea verso le proteine alternative libererebbe una superficie vasta quanto l’estensione della Francia, utilizzabile per coltivazioni più rispettose dell’ambiente o per rafforzare la produzione locale. La diversificazione proteica può inoltre sostenere la resilienza economica, offrendo nuove opportunità agli agricoltori sotto pressione e, secondo Systemiq, contribuendo a generare 111 miliardi di euro all’anno per l’economia dell’UE entro il 2040.
Cosa serve per realizzare il potenziale delle proteine alternative in Europa
Se il nostro attuale sistema alimentare — e in particolare la produzione di proteine animali— è al tempo stesso causa e vittima del cambiamento climatico, la strada da seguire è agire su entrambi i fronti contemporaneamente: ridurre le emissioni che alimentano il caldo dei prossimi anni e, al contempo, rendere il sistema alimentare meno vulnerabile agli eventi estremi che già affrontiamo.
La diversificazione proteica fa entrambe le cose. Ma non è una soluzione immediata. Realizzarne il potenziale richiede investimenti in ricerca, infrastrutture e condizioni normative adeguate.
Investire in ricerca e innovazione: i governi devono sostenere la ricerca pubblica per migliorare il gusto, il valore nutrizionale e il prezzo delle proteine alternative, e garantire che l’Europa resti leader nella diversificazione proteica.
Investire in infrastrutture: molte aziende europee del settore delle proteine alternative non dispongono delle infrastrutture necessarie per produrre su larga scala, il che mantiene elevati i prezzi e limita la disponibilità a una fetta più ampia della popolazione. Mobilitare investimenti pubblici e privati per ampliare l’accesso a impianti su larga scala è fondamentale per realizzare appieno il potenziale ambientale ed economico del settore.
Semplificare la regolamentazione: gli standard europei di sicurezza alimentare sono tra i più rigorosi al mondo, e molti prodotti innovativi a base di proteine alternative necessitano di approvazione normativa prima di arrivare sugli scaffali dei supermercati. Ma inefficienze e mancanza di trasparenza causano ritardi e incertezze per aziende e investitori. Semplificare e accelerare le procedure di approvazione — senza compromettere la sicurezza — contribuirebbe a garantire che i prodotti proteici alternativi arrivino sulle tavole europee.
Aiutare gli agricoltori nella transizione: coltivare più proteine vegetali offre agli agricoltori europei un modo per costruire mezzi di sussistenza più resilienti e adattati al clima, ma affrontare questo cambiamento senza sostegno comporta dei rischi. Un supporto mirato alla transizione aiuterebbe un numero maggiore di agricoltori a compiere il passaggio con maggiore facilità.
Come GFI Europe lavora per sostenere la diversificazione proteica
In GFI Europe, la nostra missione è accelerare la diversificazione proteica per costruire un sistema alimentare più sostenibile e resiliente.
Realizziamo report basati su evidenze scientifiche e collaboriamo con responsabili politici, scienziati e aziende per aiutarli a prendere decisioni informate.
- All’inizio del 2026, GFI Europe ha finanziato un’importante nuova analisi sulle opportunità economiche delle proteine alternative in Europa. Il report ha rilevato che, entro il 2040, il settore potrebbe contribuire con 111 miliardi di euro all’anno all’economia europea e sostenere oltre 400.000 posti di lavoro. In Italia, il comparto potrebbe generare fino a 10 miliardi di euro di valore aggiunto (GVA) entro il 2040, creare oltre 31.000 posti di lavoro e posizionare il Paese come hub strategico della bioproduzione in Europa. Dalla sua pubblicazione, il report ha favorito il dialogo con i responsabili politici su come le proteine alternative possano sostenere crescita economica, sicurezza alimentare e innovazione.
- Nel 2025, GFI Europe ha commissionato un importante sondaggio per esplorare gli atteggiamenti delle persone nei confronti degli alimenti a base vegetale nel Regno Unito e in Germania, pubblicando dati aperti al settore. Grazie a questi dati, alcune delle principali catene di supermercati del Regno Unito li stanno utilizzando per individuare i consumatori giusti, ridurre i prezzi e rendere le opzioni a base vegetale più facili da trovare sugli scaffali.
- In collaborazione con la Physicians Association for Nutrition, abbiamo condotto una revisione approfondita della letteratura scientifica e delle narrazioni sugli alimenti ultraprocessati e sulla carne a base vegetale. Il lavoro aiuta a chiarire le evidenze relative alla lavorazione degli alimenti ed evidenzia i reali benefici nutrizionali e ambientali della carne a base vegetale, fornendo a chi prende decisioni evidenze affidabili su cui basarsi.
Sosteniamo i gruppi di studenti nelle università per far progredire la ricerca e l’innovazione nel campo delle proteine alternative, costruendo percorsi per futuri talenti in questo ambito.
- GFI ha fondato l’Alt Protein Project, un movimento studentesco globale dedicato a trasformare le università in motori di educazione, ricerca e innovazione sulle proteine alternative. Nel 2025, gli studenti dell’Alt Protein Project della DTU hanno organizzato una conferenza sulla ricerca in ambito proteico alternativo, riunendo oltre 150 studenti e ricercatori provenienti da tutta l’area nordica. Dal 2025 è attivo anche il primo gruppo APP italiano.
Contribuiamo a garantire finanziamenti per la ricerca ad accesso aperto che mira a rendere le proteine alternative più gustose, salutari e accessibili.
- Attraverso il nostro Research Grants Program, il Good Food Institute ha erogato oltre 24 milioni di dollari (circa 21 milioni di euro) a 129 progetti di ricerca impegnati ad affrontare alcune delle sfide tecniche più difficili del settore — per rendere le proteine alternative più gustose e più economiche — in 25 Paesi.
- Attraverso le nostre attività di advocacy, abbiamo inoltre contribuito a sbloccare, a livello globale, oltre 2,1 miliardi di dollari (circa 1,8 miliardi di euro) in finanziamenti pubblici per le proteine alternative, dato aggiornato al 2026.
Come organizzazione senza scopo di lucro, il nostro lavoro per realizzare appieno il potenziale della diversificazione proteica — per il clima, la salute, la biodiversità, la sicurezza alimentare e l’economia — è possibile solo grazie alla generosità della nostra grande famiglia di donatori, che condividono con noi la speranza di un sistema alimentare migliore.
Siamo orgogliosi di essere stati riconosciuti da Giving Green come una delle organizzazioni con il maggiore impatto nel settore climatico. Secondo l’analisi di Giving Green, una donazione di 2,50 euro a GFI consente di evitare l’emissione di una tonnellata di CO2eq (l’equivalente di 7.030 km percorsi in auto a benzina).
Il tuo contributo oggi può aiutare a garantire il sostegno e gli investimenti necessari per costruire un sistema alimentare in grado di resistere al caldo che, come società, ci troveremo sempre più spesso a dover fronteggiare.